LE INFINITE POSSIBILITA’ DEI SE E DEI MA

Carlotta rimase a guardare il messaggio sul suo cellulare: Alessandro era tornato e la invitava a prendere un caffè. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che si erano visti? circa 9 anni, al funerale di suo padre . In quel momento la sua mente tornò a quasi vent’anni prima, quando entrambi erano giovani e lavoravano insieme nel medesimo ospedale di provincia. Erano stati anni favolosi imbevuti di giovinezza, leggerezza, di cene con gli amici e notti di guardia a condividere parole, sogni e film. Si erano conosciuti proprio lì, quando tutto era possibile. Ricordava i baci rubati dietro ad una ambulanza, in una pausa caffè, gli sguardi scambiati durante i turni insieme e le attese davanti al cellulare per sentirlo. Il messaggio di Alessandro restava lì, sul suo cellulare, in attesa di una risposta. Lui era una di quelle storie mai iniziate e mai finite, di quelle che restano nell’aria. A volte però il passato dovrebbe restare confinato dietro di noi insieme alle infinite scelte non fatte invece quell’invito aveva riaperto una breccia, dalla quale un tornado di ricordi e dolore la travolse. Ripensò a quella notte passata insieme tra le lenzuola, nel piccolo appartamento vicino all’ospedale. Era stata una di quelle notti che avrebbe cambiato tutto, una di quelle notti dove la magia della vita e del piacere si univano, lasciando che due anime e due corpi si fondessero in uno solo. Dopo quella notte le cose tra loro cominciarono a cambiare: lui più distratto e assente, lei sempre più innamorata e insicura. La loro storia vissuta nell’ombra sembrava perdersi tra le voci di corridoio di un nuovo amore di Alessandro e la distrazione di lui, preso da problemi che gli impedivano di guardare al futuro. Forse è questo il motivo per cui la loro storia non era decollata, forse era solo il momento sbagliato. Per quello, quando Carlotta scoprì che in quella ultima bellissima notte insieme era rimasta incinta, non era corsa a dirlo ad Alessandro. Lei lo sapeva sulla sua pelle che nessuno poteva restare se non lo voleva: i suoi genitori erano stati distrutti da un matrimonio solo in apparenza, sua madre, costretta ad averla, non era mai stata una vera madre; quindi perché costringere Alessandro a dover essere ciò che non voleva? Per giorni e notti aveva pensato a questo : al suo diritto di saperlo e al suo diritto di non essere costretto. per notti la sua coscienza le urlava nel silenzio del buio che doveva dirglielo, che era la cosa giusta. Subito dopo però la paura di costringere qualcuno, che non la voleva, a sopportarla, la spaventava. perciò decise che avrebbe avuto il suo bambino da sola. In realtà non aveva tenuto conto di sua madre , che appena appresa la notizia scaraventò su di lei il suo pensiero , incurante dei sentimenti e dei desideri della figlia -Carlotta ma non pensarci nemmeno, ti rovinerai la vita per sempre! Non puoi tenere questo bambino. una donna con un figlio non la vuole nessuno. È questo che vuoi: restare sola? rovinarti il futuro? Chi ti aiuterà con il bambino?- la ragazza, con il volto di marmo, aveva guardato sua madre pensando “ tu mi dovresti aiutare, voler stare con tuo nipote…tu che sei mia madre” ma quel pensiero non diventò mai parola e la lontananza tra quelle due donne diventò ogni minuto più grande. Carlotta non sarebbe mai stata la donna che sua madre voleva che fosse, o meglio la donna che sua madre avrebbe voluto essere, ma che non era riuscita a diventare . Sua figlia doveva esserlo per lei e essere madre single non era pensabile nei suoi progetti. Così usando il potere immenso che aveva su Carlotta distrusse i suoi convincimenti demolendo ogni piccolo mattone di risolutezza che Carlotta aveva messo insieme nelle notti insonne, finché quello che rimase fu una donna sola, incinta con un pugno di macerie in mano. Le restava la foto di quel piccolo puntino tondo, che stava crescendo dentro di lei. Decidere se tenerlo o abortire era stata una scelta che avevano apparentemente lasciato a lei, violentando ogni suo sentimento: la dolcezza con cui sentiva i piccoli crampi all’addome, il senso di meravigliosa felicità a sapere di averlo dentro di se e la sensazione di avere finalmente qualcuno che l’avrebbe amata per quello che era. Tutto quello le era stato strappato via il giorno in cui entrò in ospedale accompagnata dai suoi genitori, la sua scorta armata. Carlotta, uscita da quella sala operatoria, dopo aver sentito strappare dentro di lei quella creatura, non sentiva più nulla. Non era riuscita ad andare contro la sua famiglia, non era riuscita a credere che Alessandro ci sarebbe stato e soprattutto non era riuscita a credere di farcela da sola. Era solo riuscita a vomitare ciò che non sarebbe mai riuscita ad accettare. -Carlotta di quello che è successo non ne parleremo mai più- fu ciò che disse sua madre uscendo dall’ospedale e così fu stato fino a quel giorno, quando Alessandro era riapparso con quel messaggio. A distanza di vent’anni ognuno di loro si era fatto una vita: lei separata con le sue quattro adorabili figlie e lui sposato felicemente con i suoi tre bambini. Forse era ora di affrontare quel passato e quel dolore. Prese il cellulare e rispose accettando l’invito. Quella notte i fantasmi di quel passato impedirono a Carlotta di prendere sonno , danzando nella stanza e torturandola con mille parole: perché non dirglielo ora? ma se avessi deciso di tenere il bambino? se glielo avessi detto? Così quella notte diventò la notte delle infinite possibilità dei se e dei ma , che restano sospesi nella nostra vita ad ogni scelta, ad ogni bivio: -Alessandro, ho bisogno di parlarti- disse Carlotta al ragazzo davanti a lei che cercava di scherzare, ma che capendo che c’era qualcosa di importante nell’aria rispose: -dimmi- -andiamo dalla rampa, ti va?- propose con le mani chiuse a pugno in tasca. Alessandro annuì e si sedettero su un gradino, vicino alla rampa di uscita delle ambulanze. L’aria era tiepida in quell’inizio di primavera e l’odore di erba appena tagliata del parco cancellava da loro l’odore asettico dell’ospedale. -Che hai, Carlotta?- sembrava davvero preoccupato -Ecco, non sapevo se dirtelo, ma non mi sembra giusto che decida io senza di te – Lui si girò in silenzio fissandola con quegli enormi occhi marroni. -In realtà è stata colpa mia, perché sapevo che potevo succedere e non ho fatto nulla perché non succedesse- -di cosa stai parlando?- il ragazzo era preoccupato, ma non riusciva a capire cosa volesse dirgli. Era un po’ che non si vedevano, anche perché lui era talmente irrequieto a causa di suo padre che aveva perso ogni rotta. -sono incinta- disse tutto d’un fiato la ragazza, che continuava a guardare i suoi piedi. Il silenzio che seguì la costrinse ad alzare lo sguardo -È mio, vero?- disse lui. Lei annuì guardandolo, poi sentendosi respinta dal suo silenzio aggiunse: -mi sembrava giusto dirtelo, ma non sei obbligato a nulla. – -che cosa vuoi fare tu?- le chiese, passandosi una mano sulla faccia. -non lo so. i miei vorrebbero che io abortissi. – -e tu, che vuoi?- -vorrei tenerlo.- poi alzando lo sguardo gli chiese – e tu?- -non lo so. Sono così incasinato in questo periodo Carly- Quelle parole erano esattamente ciò di cui Carlotta aveva paura. le mani nelle tasche si erano aperte, inerti e morte, i piccoli crampi nel basso ventre le ricordavano che il loro bambino era lì e cercava di farsi spazio per venire al mondo. -tranquillo volevo solo dirtelo. – -ehi… che farai?- si era alzato cercando di fermarla -non lo so, ma non è un problema tuo- adesso voleva solo scappare da lì. Avrebbe fatto ciò che volevano i suoi. Era il momento della resa -No , è anche un problema mio. dammi un momento per riflettere. Non ti lascio sola in questa storia- le aveva preso una mano. Entrambe le loro mani erano gelide e sudate. Alessandro l’avvicinò a se e l’abbracciò stretta. -Non sei sola in tutto questo. È anche figlio mio – le baciò i capelli e aggiunse -sta sera vengo a casa tua e ne parliamo, io e te- -Ehi Alle, dobbiamo uscire in ambulanza- era la voce del suo collega -Arrivo- poi girandosi verso la ragazza aggiunse – non fare niente finché non ne parliamo io e te – Carlotta annuì, asciugandosi gli occhi e rimettendo in ordine il suo camice bianco. Quella sera Alessandro e Carlotta decisero di tenere quel bambino e chiamarono la madre di lei -Carlotta terrà il bambino e io l’aiuterò- disse Alessandro -siete sicuri? passami mia figlia- fu la risposta della madre di lei -cosa c’è mamma?- -lo sai che se lui se ne va tu resti sola. sei sicura di ciò che hai deciso?-la voce sprezzante usciva dalla cornetta del telefono e colpì in pieno volto la figlia. -si, sono sicura mamma- rispose Carlotta a testa alta. Il piccolo pallino continuò a crescere nella sua pancia giorno dopo giorno . Alessandro continuava a vivere con lei, senza altra identità che come padre del bambino. ma era presente, attento e la coccolava facendola sentire speciale. Una sera Carlotta vedendolo nervoso gli chiese: -che succede? – -non ho niente- mentre passava da una stanza all’altra. -davvero, non sembra. che dici di dirmelo?- Alessandro guardò quella donna che sembrava magnifica con quell’enorme pancia, quel viso sereno. Lei era pronta ad essere una madre. ma lui lo era? -ho paura. – -di cosa?- chiese Carlotta avvicinandosi a lui -di essere un padre schifoso come il mio, ho paura di non farcela- -tu non sei tuo padre. tuo padre ha una depressione che lo sta distruggendo- -ha distrutto mia madre e noi. se io diventassi così?- -e se tu invece non lo diventassi? io credo che sarai un ottimo padre.- Carlotta si distese sul letto mentre il suo ventre globoso e teso assumeva strane forme per i movimenti del bambino, che cominciava a starci stretto. -senti, lo sai, che non sei costretto a stare qui, vero? – -lo so, ma lo voglio- così dicendo si sdraiò accanto a lei e prese ad accarezzargli la pancia parlando al loro piccolo bambino. Poco dopo Pietro decise che era ora di venire al mondo alle 6:55 di mattina. Carlotta abbracciò quel piccolo esserino meraviglioso che era stato dentro di lei per 9 mesi. -grazie per non avermi permesso di abortire- disse all’uomo che nei mesi era diventato il suo migliore amico e un compagno meraviglioso -grazie a te per avermi dato Pietro. sai stavo pensando che vorrò tanti altri figli, ci vengono troppo bene- Carlotta, sfinita dal parto, rise annuendo. . In effetti Pietro fu il primo di cinque meravigliosi figli che riempivano ogni giorno della loro vita. Carlotta sorrise pensando a quel possibile futuro, che le prime luci dell’alba fecero sparire dalla stanza . Tra pochi minuti avrebbe incontrato Alessandro. Si guardò allo specchio e si accorse che non era più la donna di vent’anni prima: era invecchiata , aveva preso qualche chilo di troppo e la sua espressione non era più così allegra. Aveva paura di quello che lui avrebbe pensato vedendola. Arrivata al bar si salutarono come se quei vent’anni non fossero passati. -Non sei cambiata affatto. sei sempre la bellissima donna che ho conosciuto- -grazie, in effetti a parte qualche capello bianco anche tu sei rimasto lo stesso- In poco tempo, davanti a un piccolo caffè, si persero a raccontarsi i vent’anni di vita che li avevano separati, finché Alessandro disse: -sai, mi piacevi un sacco e non mi ricordo il motivo per cui tra noi è finita- -in realtà ti sei allontanato e io ho pensato di non interessarti più. Poi mi sono arrivate voci che avevi baciato quella ragazza appena arrivata.- -chi? la matta? no, ti giuro che con lei non è successo nulla- -io mi ero presa una bella cotta per te – Carlotta sorrise giocando con la tazzina davanti a lei -chissà come sarebbe stato se tra noi le cose fossero andate diversamente- Alessandro la guardava come vent’anni prima e aggiunse – sicuramente un maschio lo avremmo fatto!- a quelle parole Carlotta si morse un labbro e abbassò gli occhi pieni di lacrime e quel segreto così a lungo taciuto si ribellò uscendo dalle sue labbra -devo dirtelo, sperando che tu non ti arrabbi, anche se credo, che tu ne avresti tutti i diritti- lui la guardò intensamente e disse -che cosa devi dirmi?- -ecco…ad un certo punto tu non sembravi più interessato…- le mani di lei torturavano il malcapitato cucchiaino -che dici, mi sei sempre piaciuta, però forse è vero: era un periodo di grande confusione per me- -comunque, io sono rimasta incinta e ho abortito senza dirti nulla- le sue mani si fermarono come il suo respiro – mi dispiace- gli occhi di Carlotta fissi sul fondo di caffè -a me dispiace che tu non me lo abbia detto e che tu abbia affrontato tutto da sola- -non volevo dirtelo, poi hai parlato di noi, che avremmo potuto avere un maschio…e non sono riuscita a non dirtelo. Sei arrabbiato?- -no, non sono arrabbiato. mi stavo chiedendo come sarebbe stato se…- -non lo possiamo sapere. ognuno di noi ha trovato la sua strada: tu hai tre splendidi bambini e io le mie splendide figlie. Non ci sarebbero se non avessimo fatto queste scelte- -già , però forse avremmo avuto 5 splendidi figli e saremmo ancora insieme- sorrise, poi le asciugò una lacrima, che le era scesa silenziosa e la baciò. -mi spiace tu abbia dovuto affrontare tutto questo da sola- -grazie- si baciarono ancora forse in memoria di quel passato e di quel futuro che non avevano. -adesso devo andare, ma quando torno ti chiamo, ok?- si era alzato -volentieri ,mi ha fatto piacere rivederti- anche Carlotta si era alzata -sei bella come allora, ciao Carly. A presto- le sfiorò le labbra con un bacio e se ne andò. Lei lo guardò allontanarsi portandosi via con se quel futuro mai esistito, quei se e ma che non aveva scelto. A lei restava il dolore e il peso di quell’atroce decisione con cui continuare a vivere.

ChatGPT

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Carlotta rimase a guardare il messaggio sul suo cellulare: Alessandro era tornato e la invitava a prendere un caffè. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che si erano visti? Circa 9 anni, al funerale di suo padre.

In quel momento, la sua mente tornò a quasi vent’anni prima, quando entrambi erano giovani e lavoravano insieme nello stesso ospedale di provincia. Erano stati anni favolosi, imbevuti di giovinezza, leggerezza, cene con gli amici e notti di guardia a condividere parole, sogni e film. Si erano conosciuti proprio lì, quando tutto era possibile.

Ricordava i baci rubati dietro a un’ambulanza, in una pausa caffè, gli sguardi scambiati durante i turni insieme e le attese davanti al cellulare per sentirlo.

Il messaggio di Alessandro restava lì, sul suo cellulare, in attesa di una risposta. Lui era una di quelle storie mai iniziate e mai finite, di quelle che restano nell’aria.

A volte, però, il passato dovrebbe restare confinato dietro di noi insieme alle infinite scelte non fatte. Invece, quell’invito aveva riaperto una breccia, dalla quale un tornado di ricordi e dolore la travolse.

Ripensò a quella notte passata insieme tra le lenzuola, nel piccolo appartamento vicino all’ospedale. Era stata una di quelle notti che avrebbe cambiato tutto, una di quelle notti dove la magia della vita e del piacere si univano, lasciando che due anime e due corpi si fondessero in uno solo.

Dopo quella notte, le cose tra loro cominciarono a cambiare: lui più distratto e assente, lei sempre più innamorata e insicura. La loro storia vissuta nell’ombra sembrava perdersi tra le voci di corridoio di un nuovo amore di Alessandro e la distrazione di lui, preso da problemi che gli impedivano di guardare al futuro. Forse è questo il motivo per cui la loro storia non era decollata, forse era solo il momento sbagliato.

Per quello, quando Carlotta scoprì che in quella ultima bellissima notte insieme era rimasta incinta, non era corsa a dirlo ad Alessandro. Lei sapeva sulla sua pelle che nessuno poteva restare se non lo voleva: i suoi genitori erano stati distrutti da un matrimonio solo in apparenza, sua madre, costretta ad averla, non era mai stata una vera madre; quindi perché costringere Alessandro a dover essere ciò che non voleva? Per giorni e notti aveva pensato a questo: al suo diritto di saperlo e al suo diritto di non essere costretto. Per notti la sua coscienza le urlava nel silenzio del buio che doveva dirglielo, che era la cosa giusta. Subito dopo però, la paura di costringere qualcuno che non la voleva a sopportarla, la spaventava. Perciò, decise che avrebbe avuto il suo bambino da sola.

In realtà, non aveva tenuto conto di sua madre, che appena appresa la notizia scaraventò su di lei il suo pensiero, incurante dei sentimenti e dei desideri della figlia: “Carlotta, ma non pensarci nemmeno, ti rovinerai la vita per sempre! Non puoi tenere questo bambino. Una donna con un figlio non la vuole nessuno. È questo che vuoi: restare sola? Rovinarti il futuro? Chi ti aiuterà con il bambino?” La ragazza, con il volto di marmo, aveva guardato sua madre pensando “tu mi dovresti aiutare, voler stare con tuo nipote… tu che sei mia madre”, ma quel pensiero non diventò mai parola e la lontananza tra quelle due donne diventò ogni minuto più grande. Carlotta non sarebbe mai stata la donna che sua madre voleva che fosse, o meglio, la donna che sua madre avrebbe voluto essere ma che non era riuscita a diventare. Sua figlia doveva esserlo per lei, e essere madre single non era pensabile nei suoi progetti. Così, usando il potere immenso che aveva su Carlotta, distrusse i suoi convincimenti demolendo ogni piccolo mattone di risolutezza che Carlotta aveva messo insieme nelle notti insonne, finché quello che rimase fu una donna sola, incinta con un pugno di macerie in mano. Le restava la foto di quel piccolo puntino tondo, che stava crescendo dentro di lei.

Decidere se tenerlo o abortire era stata una scelta che avevano apparentemente lasciato a lei, violentando ogni suo sentimento: la dolcezza con cui sentiva i piccoli crampi all’addome, il senso di meravigliosa felicità a sapere di averlo dentro di sé e la sensazione di avere finalmente qualcuno che l’avrebbe amata per quello che era. Tutto quello le era stato strappato via il giorno in cui entrò in ospedale accompagnata dai suoi genitori, la sua scorta armata. Carlotta, uscita da quella sala operatoria dopo aver sentito strappare dentro di lei quella creatura, non sentiva più nulla. Non era riuscita ad andare contro la sua famiglia, non era riuscita a credere che Alessandro ci sarebbe stato e soprattutto non era riuscita a credere di farcela da sola. Era solo riuscita a vomitare ciò che non sarebbe mai riuscita ad accettare. “Carlotta, di quello che è successo non ne parleremo mai più”, fu ciò che disse sua madre uscendo dall’ospedale e così fu fino a quel giorno, quando Alessandro era riapparso con quel messaggio.

A distanza di vent’anni ognuno di loro si era fatto una vita: lei separata con le sue quattro adorabili figlie e lui sposato felicemente con i suoi tre bambini.

Forse era ora di affrontare quel passato e quel dolore. Prese il cellulare e rispose accettando l’invito.

Quella notte i fantasmi di quel passato impedirono a Carlotta di prendere sonno, danzando nella stanza e torturandola con mille parole: perché non dirglielo ora? Ma se avessi deciso di tenere il bambino? Se glielo avessi detto?

Così quella notte diventò la notte delle infinite possibilità dei se e dei ma, che restano sospesi nella nostra vita ad ogni scelta, ad ogni bivio:

“Alessandro, ho bisogno di parlarti”, disse Carlotta al ragazzo davanti a lei che cercava di scherzare, ma che capendo che c’era qualcosa di importante nell’aria rispose:

“Dimmi.”

“Andiamo dalla rampa, ti va?”, propose con le mani chiuse a pugno in tasca. Alessandro annuì e si sedettero su un gradino, vicino alla rampa di uscita delle ambulanze. L’aria era tiepida in quell’inizio di primavera e l’odore di erba appena tagliata del parco cancellava da loro l’odore asettico dell’ospedale.

“Che hai, Carlotta?” sembrava davvero preoccupato.

“Ecco, non sapevo se dirtelo, ma non mi sembra giusto che decida io senza di te.”

Lui si girò in silenzio fissandola con quegli enormi occhi marroni.

“In realtà è stata colpa mia, perché sapevo che poteva succedere e non ho fatto nulla perché non succedesse.”

“Di cosa stai parlando?” il ragazzo era preoccupato, ma non riusciva a capire cosa volesse dirgli. Era un po’ che non si vedevano, anche perché lui era talmente irrequieto a causa di suo padre che aveva perso ogni rotta.

“Sono incinta”, disse tutto d’un fiato la ragazza, che continuava a guardare i suoi piedi. Il silenzio che seguì la costrinse ad alzare lo sguardo.

“È mio, vero?” disse lui. Lei annuì guardandolo, poi sentendosi respinta dal suo silenzio aggiunse:

“Mi sembrava giusto dirtelo, ma non sei obbligato a nulla.”

“Che cosa vuoi fare tu?” le chiese, passandosi una mano sulla faccia.

“Non lo so. I miei vorrebbero che io abortissi.”

“E tu, che vuoi?”

“Vorrei tenerlo.” Poi alzando lo sguardo gli chiese – “e tu?”

“Non lo so. Sono così incasinato in questo periodo, Carly.” Quelle parole erano esattamente ciò di cui Carlotta aveva paura. Le mani nelle tasche si erano aperte, inerti e morte, i piccoli crampi nel basso ventre le ricordavano che il loro bambino era lì e cercava di farsi spazio per venire al mondo.

“Tranquillo volevo solo dirtelo.”

“Ehi… che farai?” si era alzato cercando di fermarla.

“Non lo so, ma non è un problema tuo.” Adesso voleva solo scappare da lì. Avrebbe fatto ciò che volevano i suoi. Era il momento della resa.

“No, è anche un problema mio. Dammi un momento per riflettere. Non ti lascio sola in questa storia”, le aveva preso una mano.

Entrambe le loro mani erano gelide e sudate. Alessandro l’avvicinò a sé e l’abbracciò stretta.

“Non sei sola in tutto questo. È anche figlio mio”, le baciò i capelli e aggiunse, “sta sera vengo a casa tua e ne parliamo, io e te.”

“Ehi Alle, dobbiamo uscire in ambulanza”, era la voce del suo collega.

“Arrivo.” Poi girandosi verso la ragazza aggiunse – “non fare niente finché non ne parliamo io e te.”

Carlotta annuì, asciugandosi gli occhi e rimettendo in ordine il suo camice bianco. Quella sera Alessandro e Carlotta decisero di tenere quel bambino e chiamarono la madre di lei.

“Carlotta terrà il bambino e io l’aiuterò”, disse Alessandro.

“Siete sicuri? Passami mia figlia”, fu la risposta della madre di lei.

“Cosa c’è mamma?”

“Lo sai che se lui se ne va, tu resti sola. Sei sicura di ciò che hai deciso?” La voce sprezzante usciva dalla cornetta del telefono e colpì in pieno volto la figlia.

“Sì, sono sicura mamma”, rispose Carlotta a testa alta.

Il piccolo pallino continuò a crescere nella sua pancia giorno dopo giorno. Alessandro continuava a vivere con lei, senza altra identità che come padre del bambino. Ma era presente, attento e la coccolava facendola sentire speciale.

Una sera Carlotta vedendolo nervoso gli chiese:

“Che succede?” mentre passava da una stanza all’altra.

“Davvero, non sembra. Che dici di dirmelo?” Alessandro guardò quella donna che sembrava magnifica con quell’enorme pancia, quel viso sereno. Lei era pronta ad essere una madre. Ma lui lo era?

“Ho paura.”

“Di cosa?” chiese Carlotta avvicinandosi a lui.

“Di essere un padre schifoso come il mio, ho paura di non farcela.”

“Tu non sei tuo padre. Tuo padre ha una depressione che lo sta distruggendo.”

“Ha distrutto mia madre e noi. Se io diventassi così?”

“E se tu invece non lo diventassi? Io credo che sarai un ottimo padre.”

Carlotta si distese sul letto mentre il suo ventre globoso e teso assumeva strane forme per i movimenti del bambino, che cominciava a starci stretto.

“Senti, lo sai, che non sei costretto a stare qui, vero?”

“Lo so, ma lo voglio.” Così dicendo si sdraiò accanto a lei e prese ad accarezzargli la pancia parlando al loro piccolo bambino.

Poco dopo, Pietro decise che era ora di venire al mondo alle 6:55 di mattina. Carlotta abbracciò quel piccolo esserino meraviglioso che era stato dentro di lei per 9 mesi.

“Grazie per non avermi permesso di abortire”, disse all’uomo che nei mesi era diventato il suo migliore amico e un compagno meraviglioso.

“Grazie a te per avermi dato Pietro. Sai, stavo pensando che vorrò tanti altri figli, ci vengono troppo bene.” Carlotta, sfinita dal parto, rise annuendo.

In effetti, Pietro fu il primo di cinque meravigliosi figli che riempivano ogni giorno della loro vita.

Carlotta sorrise pensando a quel possibile futuro, che le prime luci dell’alba fecero sparire dalla stanza.

Tra pochi minuti avrebbe incontrato Alessandro. Si guardò allo specchio e si accorse che non era più la donna di vent’anni prima: era invecchiata, aveva preso qualche chilo di troppo e la sua espressione non era più così allegra. Aveva paura di quello che lui avrebbe pensato vedendola.

Arrivata al bar si salutarono come se quei vent’anni non fossero passati.

“Non sei cambiata affatto. Sei sempre la bellissima donna che ho conosciuto”, disse lui.

“Grazie, in effetti a parte qualche capello bianco, anche tu sei rimasto lo stesso.”

In poco tempo, davanti a un piccolo caffè, si persero a raccontarsi i vent’anni di vita che li avevano separati, finché Alessandro disse:

“Sai, mi piacevi un sacco e non mi ricordo il motivo per cui tra noi è finita.”

“In realtà ti sei allontanato e io ho pensato di non interessarti più. Poi mi sono arrivate voci che avevi baciato quella ragazza appena arrivata.”

“Chi? La matta? No, ti giuro che con lei non è successo nulla.”

“Io mi ero presa una bella cotta per te”, Carlotta sorrise giocando con la tazzina davanti a lei.

“Chissà come sarebbe stato se tra noi le cose fossero andate diversamente”, Alessandro la guardava come vent’anni prima e aggiunse – “Sicuramente un maschio lo avremmo fatto!” A quelle parole, Carlotta si morse un labbro e abbassò gli occhi pieni di lacrime, e quel segreto così a lungo taciuto si ribellò uscendo dalle sue labbra.

“Devo dirtelo, sperando che tu non ti arrabbi, anche se credo, che tu ne avresti tutti i diritti.”

Lui la guardò intensamente e disse:

“Che cosa devi dirmi?”

“Ecco…ad un certo punto, tu non sembravi più interessato…” Le mani di lei torturavano il malcapitato cucchiaino.

“Che dici, mi sei sempre piaciuta, però forse è vero: era un periodo di grande confusione per me.”

“Comunque, io sono rimasta incinta e ho abortito senza dirti nulla.” Le sue mani si fermarono come il suo respiro. “Mi dispiace.” Gli occhi di Carlotta fissi sul fondo di caffè.

“A me dispiace che tu non me lo abbia detto e che tu abbia affrontato tutto da sola.”

“Non volevo dirtelo, poi hai parlato di noi, che avremmo potuto avere un maschio…e non sono riuscita a non dirtelo. Sei arrabbiato?”

“No, non sono arrabbiato. Mi stavo chiedendo come sarebbe stato se…”

“Non lo possiamo sapere. Ognuno di noi ha trovato la sua strada: tu hai tre splendidi bambini e io le mie splendide figlie. Non ci sarebbero se non avessimo fatto queste scelte.”

“Già, però forse avremmo avuto 5 splendidi figli e saremmo ancora insieme”, sorrise, poi le asciugò una lacrima, che le era scesa silenziosa, e la baciò.

“Mi spiace tu abbia dovuto affrontare tutto questo da sola.”

“Grazie”, si baciarono ancora forse in memoria di quel passato e di quel futuro che non avevano scelto. “Adesso devo andare, ma quando torno ti chiamo, ok?” Si era alzato.

“Volentieri, mi ha fatto piacere rivederti”, anche Carlotta si era alzata.

“Sei bella come allora, ciao Carly. A presto.” Le sfiorò le labbra con un bacio e se ne andò.

Lei lo guardò allontanarsi portandosi via con sé quel futuro mai esistito, quei se e ma che non aveva scelto. A lei restava il dolore e il peso di quell’atroce decisione con cui continuare a vivere.

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Francesca Pala, nata il 1 novembre 1971, vive a Modena. Appassionata fin da piccola di scrittura, oggi scrive brevi racconti e poesie sul suo profilo Facebook e sulla sua pagina persatralestorie.it. A seguito della diagnosi di sclerosi multipla nel settembre 2017 e dopo aver lottato contro il tumore al seno nel 2019, ha deciso di scrivere per il pubblico.
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